1. La prima descrive, da quarant’anni a questa parte e ovviamente anche di più, che cosa pensano rettori e docenti della carne da macello che istruiscono ed esaminano, e della visione della formazione universitaria come fabbrica di semilavorati ad uso e consumo delle “aziende” e del “mercato”:
Colpiti particolarmente dall’aumento delle tasse saranno i molti che… già impiegati desiderano una laurea per passare da una categoria ad un’altra, ed ottenere così aumenti di autorità, di prestigio, di stipendio; coloro che (…) non possono tenersi al corrente con gli esami essendo già insegnanti – con stipendi discreti – nella scuola media dell’obbligo…: tutte categorie di studenti, queste, alle quali l’aumento delle tasse può certamente dispiacere, ma che sono in grado di affrontarlo agevolmente. L’università perdera studenti? Se appartenenti alle categorie suddette ne sarà oltremodo lieta.
Ma se si tratta di un’élite del merito, della capacità, dell’intelligenza (come dovrebbe esserlo ogni università), non sarà invece [l'aumento delle tasse] un enorme passo avanti, che anche le università statali potrebbero imitare fruttuosamente? Non sarebbe un fermarsi – finalmente – nella corsa verso il traguardo del “tutti laureati” (anche dei molti incapaci che ripetono un esame cinque-dieci volte, e che la legge non consente siano allontanati dalle aule universitarie) cui è diretta la nostra civiltà del benessere?
[brani di interventi dell'allora rettore dell'Università Cattolica del Sacro Cuore, Ezio Franceschini, tratti da Lettera a mio figlio sul Sessantotto di Mario Capanna, Baldini Castoldi Dalai, 2005]
2. La seconda, invece, è un’interessante statistica sulla “velocità” nel laurearsi (mutatis mutandis, la laurea triennale somiglia oramai molto ad una graduate school).

Anni che ci vogliono prima che tu possa pensare di laurearti
(immagine © Jorge Cham)
[via PHD Comics]
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