GPL versus BSD: l’opinione di Matthew Dillon
Mi inserisco anch’io nel discorso annoso – e, secondo una mia opinione maturata nella mia ormai decennale frequentazione del mondo FOSS, abbastanza priva di fondamento, se non nel merito, quantomeno nei metodi adottati da entrambe le comunità – delle licenze GNU General Public License e Berkeley Software Distribution-style. Lo faccio traducendo un brano di un’intervista che Matthew Dillon, personalità, a mio personale giudizio, molto interessante ed a capo del progetto DragonFlyBSD, ha rilasciato ai tipi di KernelTrap qualche giorno fa. Spero di poter tradurre le scarne notizie presenti sulla pagina della Wikipedia in inglese al più presto.
Il mio interesse per Matthew Dillon è di lunga data: non soltanto perchè è un interlocutore (per chi lo intervista) semplice e diretto, ma perchè, nel suo passato, c’è un particolare di tutto rispetto: l’aver scritto diversi programmi – in particolare, un’implementazione di cron molto valida e funzionale – usati quando GNU/Linux vedeva le prime distribuzioni, come la SLS, come potete vedere da qui.
Il mio scopo è fornire un invito alla riflessione, specie dopo le polemiche seguite a questo post di Pollycoke
e agli esiti di innumerevoli altri post della blogosfera suscitati dall’uscita della versione 3 della GNU General Public License (ad esempio questo, apparso su O.S. Revolution), con particolare attenzione alle modifiche effettuate per rendere più problematica la proprietarizzazione del codice sorgente.
Non esprimerò alcun giudizio sulle affermazioni di Dillon, riservandomi di farlo in separata sede, oppure, se qualcuno volesse aggiungere un commento, in una replica ad esso.
L’intervista originale, nella sua interezza, si trova qui. Di seguito, la traduzione del brano che mi (ci) interessa.
Licenza BSD:
JA: Quant’è importante per te che il tuo codice sia rilasciato secondo i termini della licenza BSD?Matthew Dillon: Incredibilmente importante. Non ho mai aderito al fervore, quasi del tutto “religioso”, che circonda la GPL, in particolare non mi piace l’idea che si debba provare ad imporre il concetto di libertà alle persone inserendo delle righe di testo. La GPL ha creato un maldestro senso di importanza di se stessi nel mondo open source.
Il semplice di fatto di rendere di uso comune software ed algoritmi disponibili in maniera aperta ha un effetto molto più rilevante di qualunque licenza. BSD si adatta di più al concetto di pura invenzione. Cosa più importante, nei grandi progetti collaborativi la licenza BSD permette ai singoli autori di usare sia il progetto nella sua interezza, che parti più o meno grandi di lavoro collaborativo a cui hanno partecipato in qualunque evenienza possano incorrere nella loro vita, incluse le possibilità di sfruttamento commerciale, anche proprietarie.
(La licenza) BSD è un modo per affermare che non siamo così avidi da dover legare mani e piedi1 a chi vuole usare il nostro lavoro e trarne dei profitti. Oppure, in altri termini, la (licenza) BSD è un modo di confermare che fare soldi da un progetto open-source è un evento molto raro, e che ad alcuni di noi non interessa proprio quest’aspetto del proprio lavoro.
Francamente, non è così facile ‘rubare’ da progetti open source come la gente sembra pensare. La licenza BSD riconosce ciò, riconoscendo e financo supportando sia l’uso commerciale che l’occasionale proprietarizzazione commerciale del codice di un progetto. In un certo senso, non ha importanza se il codice venga reso proprietario o meno perchè, a meno di non riscriverlo completamente, ogni successo commerciale da esso derivante (si consideri ad esempio l’uso che fa Apple di BSD e di Mach) forzerà, di per se stesso, quell’entità commerciale ad usare un gran numero di protocolli con specifiche aperte. Il solo fatto che possano inserire piccoli pezzi proprietari qua e là non cambia il fatto che il 95% della loro piattaforma di lavoro non sarà proprietario, e perciò l’obiettivo di forzare il mondo ad usare standard più aperti, qualcosa che io VOGLIO, viene conseguito con successo con BSD tanto quanto con la GPL.
È davvero una sfortuna che i fanatici non si accorgano di ciò. Costoro considerano qualche esempio estremo di cosiddetti ‘furti’ e della cosidetta protezione che la GPL esercita contro un ‘furto’ di questo tipo, senza alcuna reale comprensione di cio che è accaduto realmente. C’è una differenza molto piccola tra il concetto di ‘integrazione’ e quello di ‘furto’ nel mondo open-source. Sono più dei toni di grigio.
Se dovessi scrivere una grossa applicazione commerciale proprietaria che per caso funziona su Linux (ed esistono molti esempi di questo tipo), il risultato finale dell’integrazione sarebbe a tutti gli effetti una scatola chiusa2, che ci sia la GPL o meno. E tuttavia anche in questa scatola chiusa, un numero incredibile di standard aperti saranno messi in gioco grazie al fatto che si sta usando codice open-source, e l’uso di questi standard ha un effetto sempre più consistente che, in quasi tutti i casi, impedisce ogni significativa proprietarizzazione a lungo termine, indipendentemente dalla licenza. Ed anche quando questa proprietarizzazione avviene (si considerino le stupide estensioni di Microsoft a Kerberos) viene da chiedersi se questa proprietarizzazione aiuti l’entità commerciale, rispetto alla natura di scatola chiusa che già caratterizza il prodotto, e che certamente non ha effetti significativi sul mondo open source.
Dal mio punto di vista, questo significa che la GPL si riduce, praticamente, alla fornitura di protezione ad un progetto dalla competizione, se il progetto “desidera”3 diventare commerciale. MySQL è un buon esempio. Come si è capito, il solo fatto che il codice di base sia libero non significa che chiunque possa continuare a mantenerlo e svilupparlo. L’uso della licenza BSD consiste, praticamente, nell’affermare che nessuno ha seri interessi commerciali in qualunque opera derivata ada quel progetto, e che nessuno ha interesse ad imporre delle righe di testo agli individui che possano voler usare quell’opera.
1 Ho cercato di rendere meglio che potevo quest’espressione idiomatica dell’inglese americano.
2 In lingua originale scatola nera. Penso che con la mia scelta si capisca meglio.
3 Virgolette mie. Di solito un progetto non ha desideri propri
. Dillon si riferisce ai suoi sviluppatori, ma non ho voluto modificare troppo il senso della frase originale.
[via KernelTrap]
[via Pollycoke
]
[via O.S. Revolution]

Una gran bella intervista, ti ringrazio per la traduzione, comunque resto perplesso data la mia ignoranza, leggendo queste righe sembra veramente che la GPL* tenda ad imporre una libertà forzata, d’altro canto la BSD “sembra” rilasciare troppa libertà … Forse bisognerebbe partire da un analisi più approfondita su cosa o a cosa serve una licenza se a garantire quali e come i diritti di chi scrive codice. Quindi mi associo anch’io dalla parte di chi non si esprime in merito alla questione dato che non ho le competenze per farlo.
N.B. Cancella queste mie note di segnalazione da questo commento c’è un piccolo errore di battitura nella traduzione ‘fruto’ dovrebbe essere ‘furto’.
Alla prossima
@imu: Grazie per il commento.
Io “dovrei” essere un’ingegnere informatico (fra un po’), ed informarmi su questioni come questo è un dovere morale – o almeno, io lo ritengo tale. Ho tradotto questo brano dell’intervista di Dillon perchè, per un certo periodo non lontano della mia seppur breve vita, sono stato un fanboy. Non voglio ricadere nello stesso errore, e vorrei invitare il lettore di turno a fare lo stesso.
Quanto alla nota di segnalazione, non la cancello, fa parte del gioco
A presto.
@Emanuele Cipolla
In bocca al lupo per la tua Laurea e Futura professione, mi piace moltissimo come mi hai risposto e ammiro gente che lascia da parte i ” fanboy” e segue la strada della moralità come sarebbe giusto in fin dei conti.
P.S. C’è gente che si offende per queste segnalazioni prendendola come un fatto personale… Credimi è successo a me con altri blogger
Ciao alla prossima
Ti ringrazio anche io per aver trodotto quest’interessante intervista, però rimango un fanboy
@ercoppa:
grazie della traduzione!
Ma e’ esattamente il discorso che cerco di fare da diverso tempo pure io.Grazie emanuele per l’articolo.In effetti la mentalita’ “inquinata” dei GPL-insti vuole giustificare “le restrizioni all’usabilita’ del codice” sostenendo come l’inizio della fine di un progetto open sia rappresentato dal “furto” del codice e la sua integrazione in una infrastruttura commerciale il cui valore competitivo e’ fuori dubbio.Essendo quindi una competizione persa in partenza (dal punto di vista del progetto open) vale la pena proteggere a priori l’uso del codice.E’ esattamente la medesima pratica/restrizione che viene applicata al codice commerciale nei confronti degli usi “illeciti”.E’ strano che chi sostiene l’opensource svaluti agendo in questa maniera uno dei principi cardine che lo governa: la forza ed i vantaggi dello sviluppo collaborativo aperto.Un progetto BSD nonostante possa (sottolineo possa) essere soggetto al “furto” di codice,continua e continuera’ ad esistere per volonta’ della stessa comunita’ senza necessita’ di confrontarsi con progetti commerciali,quindi sinceramente non vedo la necessita’ di una contrapposizione cosi’ forte di una parte della comunita’ open.Semmai e questo secondo me e’ una situazione da correggere va limitato fortemente l’uso del brevetto essendo un limite alla creativita’ ed al miglioramento del software esistente.
ottima traduzione e segnalazione di questo articolo,mi trovo
in accordo,penso che bsd sia migliore come scelta,pur
essendo stato per diversi tempo sostenitore g.p.l
una domanda:
Matthew Dillon ha scritto software anche per amiga O.S ?
stefano fanucchi, sì: tra le altre cose, un compilatore C chiamato DICE. Lo dice lui stesso nella sua homepage.